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Un mese di crescita personale e professionale in Irlanda
Ci sono esperienze che si chiudono con un bagaglio in mano e si aprono con qualcosa dentro che non avevi prima. L'Erasmus a Galway è stata esattamente una di quelle. Mi chiamo Kristian Corban, ho 18 anni e durante l'anno scolastico 2025/2026 ho avuto l'opportunità, insieme ad altri 20 compagni e ai nostri professori, di partecipare a un progetto Erasmus+ che ci ha portati a vivere un intero mese a Galway, in Irlanda, dal 27 aprile al 28 maggio 2026.
Scrivere questo post non è semplice, perché è difficile mettere in parole qualcosa che è stato soprattutto un'esperienza viscerale, fatta di odori, suoni, stanchezza, risate, fatica e meraviglia. Ci provo lo stesso, perché credo che queste esperienze vadano raccontate — per chi le ha vissute con me, per chi sta pensando di fare un Erasmus, e per chi semplicemente vuole capire cosa vuol dire staccarsi dalla propria zona di comfort a 18 anni e atterrare dall'altra parte d'Europa da solo.
La partenza: la sveglia all'alba e il primo volo della vita
Tutto è iniziato con una sveglia che suonava mentre fuori era ancora buio. Da Alessano, un paese in fondo al Salento, siamo partiti in pullman direzione aeroporto di Brindisi. C'era quella strana atmosfera che si crea prima dei grandi momenti: qualcuno dormiva ancora con la testa appoggiata al vetro, qualcun altro già scriveva sui social o controllava il meteo di Galway. Io guardavo fuori dal finestrino e cercavo di rendermi conto di quello che stava succedendo.
Da Brindisi abbiamo preso il volo per Dublino. Per molti di noi era uno dei primi voli della vita, o comunque il primo da soli — senza genitori, senza la certezza del ritorno immediato. Atterrare a Dublino è stato uno shock visivo immediato: verde ovunque, cieli bassi, un'architettura completamente diversa da quella pugliese. Da Dublino ci siamo poi spostati verso Galway, la città che per il mese successivo sarebbe diventata la nostra casa, il nostro punto di riferimento, il luogo in cui avremmo capito molte cose di noi stessi.
Ricordo ancora perfettamente l'emozione di quelle prime ore di viaggio. C'era entusiasmo, certo, ma anche una tensione sottile che nessuno nominava apertamente. Eravamo 21 ragazzi, tutti poco più che diciassettenni o diciottenni, tutti alle prese con la stessa domanda silenziosa: sarò all'altezza?
Il The Connacht Hotel: la nostra base operativa
Per tutta la durata del soggiorno siamo stati ospitati al The Connacht Hotel, una struttura moderna e molto ben organizzata nel cuore di Galway. Le camere erano confortevoli, pulite, con tutto il necessario. Ma quello che ricordo con più affetto — e questo può sembrare banale, ma non lo è quando sei lontano da casa — è la colazione.
Ogni mattina alle 8:30 ci aspettava un buffet ricchissimo: uova in tutte le salse, toast, cereali, frutta, succhi, pancetta, salsicce, fagioli. La famosa full Irish breakfast nella sua versione più generosa. All'inizio sembrava tutto eccessivo per chi è abituato a un cornetto e un caffè al bar. Poi, con il passare dei giorni, quella colazione è diventata un rituale. Era il momento in cui ci ritrovavamo tutti insieme prima di dividerci per andare al lavoro, in cui ci raccontavamo cosa avevamo fatto la sera prima, in cui pianificavamo il weekend.
L'hotel è diventato anche il nostro punto di ritrovo serale. Dopo le ore in giro per la città, tornavamo lì stanchi ma carichi, ci ritrovavamo nelle hall o nelle camere e ricominciavamo a parlare. In un certo senso, quelle serate in hotel sono state una parte fondamentale dell'esperienza: imparare a stare insieme in modo diverso, lontano dalla quotidianità italiana, senza le abitudini e le distrazioni di sempre.
Galway: una città che ti entra dentro
Prima di partire, i professori ci avevano ripetuto più volte di portare impermeabili, giacche pesanti e vestiti a strati. Galway è famosa per il suo clima capriccioso: può piovere e smettere tre volte nel giro di un'ora, il vento atlantico può essere tagliente anche a maggio, e il cielo passa dal grigio al blu in pochi minuti. Preparati al peggio, ci avevano detto.
E invece i primi tre giorni sono stati di un sole incredibile. Cielo azzurro, temperature piacevoli, la gente seduta fuori dai pub con le birre in mano. Una sorpresa bellissima che ci ha fatto pensare di aver portato i cappotti per niente. Ovviamente ci sbagliavamo: dalla quarta giornata in poi il clima irlandese ci ha mostrato la sua vera natura — vento, pioggia a raffiche, temperature che scendevano di colpo. Ma anche questo faceva parte del fascino di Galway.
La città in sé è piccola, raccolta, percorribile quasi interamente a piedi. Le strade del centro sono colorate e vivaci, i palazzi dipinti di rosso, verde, giallo, arancione. Ci sono negozi di artigianato locale, pub tradizionali con musica folk dal vivo, artisti di strada che suonano in ogni angolo. C'è un'energia particolare a Galway, qualcosa che è difficile da spiegare ma che si sente subito: è una città che vive, che respira, che non si prende mai troppo sul serio ma che allo stesso tempo ha un'anima profondissima.
Con il passare dei giorni abbiamo imparato a muoverci in autonomia, a trovare i supermercati meno cari, a capire quali pub erano più adatti a noi, a orientarci senza Google Maps. Quello che all'inizio sembrava un labirinto di strade sconosciute è diventato familiare, quasi intimo. Ed è in quel momento che ho capito cosa significa davvero sentirsi a proprio agio in un posto nuovo.
Gino's Gelato: i primi due giorni di lavoro
L'obiettivo principale del progetto Erasmus+ era vivere un'esperienza lavorativa autentica, non simulata. Non un corso, non un tirocinio finto: lavoro vero, con clienti veri, in un contesto internazionale vero. E fin dai primi giorni si è capito che non sarebbe stato una passeggiata.
La mia prima collocazione è stata Gino's Gelato, una gelateria artigianale nel pieno centro di Galway, una di quelle attività che d'estate vede file lunghissime fuori dalla porta. Ci ho lavorato per due giorni. È stata la mia prima vera immersione in un ambiente di lavoro internazionale: i colleghi parlavano inglese tra loro, i clienti parlavano inglese, le indicazioni venivano date in inglese. Non c'era tempo per cercare le parole sul dizionario o per costruire frasi perfette: bisognava capire e rispondere, subito.
Quei due giorni mi hanno messo a dura prova, ma mi hanno anche dato una carica enorme. Tornavo in hotel la sera con i piedi che bruciavano e la testa piena di parole nuove sentite durante il turno. Era fatica, ma era la fatica giusta — quella che sa di progresso.
La settimana libera: Galway tutta per noi
A causa di motivi interni all'azienda, Gino's Gelato ha smesso di accettare studenti Erasmus dopo i miei primi due giorni. In un primo momento la notizia mi ha sorpreso — non sapevo cosa aspettarmi, se una nuova sistemazione sarebbe arrivata in fretta o se ci sarebbe stato un periodo di attesa. E invece, guardando indietro, quella settimana di "transizione" è stata una delle più belle del mese.
Per circa sette giorni ho avuto la libertà di esplorare Galway senza programmi fissi. Ho camminato per ore lungo il fiume Corrib, ho visitato la cattedrale, ho mangiato fish and chips sul lungomare di Salthill, ho scoperto angoli della città che probabilmente non avrei mai trovato se avessi avuto il turno ogni mattina. Ho parlato con persone del posto, con altri studenti Erasmus di nazionalità diverse, con turisti di passaggio. Ogni conversazione era un esercizio linguistico involontario, e ogni esercizio mi rendeva un po' più disinvolto.
È stata anche una settimana di introspezione, se voglio essere onesto. Per la prima volta nella mia vita mi trovavo a gestire il tempo in modo totalmente autonomo, in una città straniera, senza nessuno che mi dicesse cosa fare o quando farlo. Quella libertà, all'inizio, era quasi disorientante. Poi è diventata qualcosa di prezioso.
Martine's Restaurant: il cuore dell'esperienza lavorativa
Dopo la settimana libera sono stato inserito presso Martine's Restaurant, uno dei ristoranti più storici e caratteristici di Galway. Appena si entra, si ha la sensazione di fare un salto indietro nel tempo: arredi in legno scuro, luci calde, atmosfera raccolta ed elegante. È il tipo di posto che gli irlandesi frequentano da generazioni, dove i camerieri conoscono i clienti abituali per nome e dove la qualità del servizio è una questione di orgoglio professionale.
All'interno del ristorante ho ricoperto diversi ruoli, cambiando compito a seconda delle esigenze della giornata. Il mio ruolo principale era quello di cameriere: portare i piatti ai tavoli, raccogliere gli ordini quando necessario, controllare che i clienti avessero tutto quello di cui avevano bisogno. Sembra semplice, ma in un ristorante affollato, con un flusso continuo di clienti e in una lingua che non è la tua, ogni tavolo è una piccola sfida logistica.
Spesso mi occupavo anche dell'accoglienza all'ingresso: aprire la porta ai clienti, salutarli, accompagnarli al tavolo. In Irlanda questo gesto ha un peso culturale che in Italia tendiamo a sottovalutare. Lì il servizio parte dal primo secondo in cui il cliente mette piede dentro, e il sorriso con cui lo accogli definisce l'intera esperienza che si porta a casa. Ho imparato a farlo in modo naturale, non meccanico.
Nelle giornate meno intense mi è stato permesso di lavorare al bancone del bar, osservando la preparazione delle bevande, imparando i nomi dei cocktail, capendo come funziona la gestione della cassa in un contesto anglosassone. Ogni angolo del ristorante era una lezione diversa.
Quello che Martine's mi ha insegnato va però ben oltre le mansioni pratiche. Ho capito cosa significa professionalità in senso pieno: non solo fare bene il proprio lavoro, ma farlo con costanza, con puntualità, con un atteggiamento positivo anche quando sei stanco o hai avuto una giornata difficile. Ho capito l'importanza del lavoro di squadra in un ambiente in cui ogni persona deve fare la sua parte affinché il tutto funzioni. E ho capito che la gentilezza, quella autentica, non è una debolezza — è una competenza.
I luoghi che mi hanno tolto il fiato
Accanto all'esperienza lavorativa, il mese a Galway è stato ricco di escursioni e visite che difficilmente dimenticherò. Ecco i posti che mi hanno colpito di più.
Galway City Centre e Shop Street
Il centro di Galway è il cuore pulsante della città. Shop Street, la via principale, è sempre animata: artisti di strada, turisti, studenti universitari, locals che si fermano a chiacchierare. Non è una via commerciale come tante — ha un carattere tutto suo, con negozi indipendenti, librerie, caffetterie nascoste tra le facciate colorate. Passarci ogni giorno non stancava mai.
Eyre Square
La piazza principale di Galway è uno di quei posti che cambiano completamente faccia a seconda del tempo. Nelle giornate di sole era piena di persone sdraiata sull'erba, bambini che correvano, ragazzi che suonavano la chitarra. Eyre Square è stata spesso il nostro punto di ritrovo pomeridiano, e ogni volta che ci tornavo mi sembrava di riconoscere la città come se fosse sempre stata mia.
Spanish Arch e il lungomare di Salthill
Lo Spanish Arch è uno dei simboli storici di Galway: un arco di pietra medievale affacciato sul fiume Corrib, dove anticamente attraccavano le navi spagnole. Oggi intorno ci si siedono i ragazzi a leggere, a guardare l'acqua, a passare il tempo. È uno di quei luoghi che respirano storia senza doverla urlare. Il lungomare di Salthill, invece, è a pochi chilometri dal centro: una passeggiata che si allunga lungo l'Atlantico, con vista aperta sull'oceano e quel vento costante che ti sveglia e ti pulisce la testa.
Galway Cathedral
La cattedrale di Galway è un edificio imponente, costruito negli anni Sessanta ma capace di trasmettere un senso di eternità. All'interno l'architettura si mescola con opere d'arte moderne in un modo che trovo difficile da descrivere — bisogna entrarci e lasciare che la luce filtrata dalle vetrate faccia il suo lavoro. È uno di quei posti in cui anche chi non è credente sente il bisogno di fermarsi e stare in silenzio per qualche minuto.
Le Cliffs of Moher: il panorama che cambia la prospettiva
Se dovessi scegliere un solo momento visivo di tutto il viaggio, sarebbe questo. Le Cliffs of Moher sono scogliere alte fino a 214 metri che si gettano direttamente nell'Oceano Atlantico, sulla costa occidentale dell'Irlanda. Trovarsi lì sopra, con il vento che spingeva forte, l'oceano che si frantumava sulle rocce centinaia di metri più in basso e l'orizzonte che sembrava non finire mai — è una sensazione che rimane dentro. Non è solo un bel panorama. È una di quelle esperienze che ti ridimensionano in modo sano, che ti fanno sentire piccolo davanti alla natura in un modo che non spaventa ma che invece rassicura.
Le Aran Islands: dove il tempo rallenta
Le Aran Islands sono tre isole al largo della baia di Galway, raggiungibili in traghetto. Sono uno dei posti più particolari che abbia mai visitato: paesaggi di pietra calcarea grigia, muretti a secco che si estendono per chilometri, pochissime macchine, silenzio. Il tempo lì sembra procedere a una velocità diversa. La gente del posto parla ancora il gaelico, la lingua originale irlandese, e questo aggiunge un livello di autenticità che è raro trovare in un'Europa sempre più omogenea. Girare quelle isole in bici, con il vento in faccia e il mare tutt'intorno, è stato uno dei momenti più liberi e felici che ricordi.
Il Galway FC e The Planet: il lato divertente dell'Erasmus
Sarebbe sbagliato raccontare l'Erasmus come se fosse stato solo lavoro, visite culturali e crescita personale. C'è stato anche tanto divertimento, e quei momenti sono parte integrante di ciò che rende questa esperienza unica.
Una sera siamo andati tutti insieme a vedere una partita del Galway FC. Per me era la prima volta allo stadio in assoluto — non avevo mai visto una partita di calcio dal vivo prima. Quello che mi ha colpito non è stato tanto il gioco in sé, ma l'atmosfera: i cori dei tifosi, la passione genuina della gente, il senso di comunità che si creava intorno a qualcosa di semplice come una partita. Ho capito perché lo sport ha questo potere — unisce le persone in modo immediato, senza bisogno di spiegazioni.
Un'altra serata memorabile è stata quella trascorsa a The Planet, una sala giochi dove ci siamo sfidati per ore tra biliardini, videogiochi e macchine a gettoni. Sembrava di tornare bambini, e forse era proprio quello di cui avevamo bisogno dopo settimane intense. Ridere a perdifiato con i compagni di classe in una sala giochi irlandese è uno di quei ricordi che non si riassumono bene in parole ma che rimangono vividi per sempre.
E poi ci sono state le serate più tranquille: passeggiate serali lungo il fiume, caffè nei bar del centro, serate a chiacchierare in hotel. Non tutto deve essere straordinario per essere bello. A volte la quotidianità condivisa in un posto nuovo è già di per sé qualcosa di speciale.
Le persone: la parte più bella di tutte
Un viaggio lo fanno anche — e forse soprattutto — le persone che incontri lungo la strada. E in questo senso il mese a Galway è stato straordinariamente ricco.
Ho conosciuto altri studenti Erasmus provenienti da diverse città italiane — in particolare da Milano e da Caserta — con cui ho condiviso tantissime giornate. Era interessante e a volte sorprendente scoprire quanto potessimo essere diversi pur venendo dallo stesso Paese: abitudini diverse, accenti diversi, modi di vivere diversi. E quanto fosse facile, nonostante questo, trovare subito un terreno comune.
Al ristorante lavoravano colleghi provenienti da ogni parte del mondo: Europa dell'Est, Sud America, Asia. Ogni giornata di lavoro era anche un'occasione per ascoltare storie diverse, capire come funzionano le cose in altri Paesi, confrontarsi su tradizioni e punti di vista che non avevo mai considerato prima. Questi incontri mi hanno aperto gli occhi in modo che nessun libro di testo potrebbe fare.
E poi ci sono gli irlandesi stessi. Una delle differenze più marcate che ho notato rispetto all'Italia è il modo in cui le persone interagiscono tra loro in pubblico. In Irlanda si sente continuamente "Thank you", "Sorry", "Excuse me" — non come formule vuote, ma come espressioni genuine di rispetto verso l'altro. La gente si scusa se per sbaglio ti sfiora mentre passa in un corridoio. Ti ringrazia per ogni piccola cosa. Ti sorride per strada anche se non ti conosce. All'inizio sembra quasi strano, venendo da una cultura in cui il contatto fisico e il calore sono più diretti ma il rispetto formale è meno evidente. Poi ci si abitua, e si comincia a capire quanto quella gentilezza quotidiana contribuisca alla qualità della vita di una città.
Irlanda e Italia: due modi diversi di stare al mondo
Vivere un mese in un Paese diverso ti dà inevitabilmente una prospettiva comparativa che non avresti mai ottenuto restando a casa. Non si tratta di dire che un posto è meglio dell'altro — sarebbe una semplificazione stupida — ma di capire che esistono modi diversi di organizzare la vita quotidiana, e che ognuno ha qualcosa da insegnare.
Una delle prime cose che ho notato è il costo della vita: i prezzi a Galway sono generalmente più alti rispetto all'Italia, specialmente per il cibo al ristorante e per l'affitto. Ma ho anche avuto l'impressione che questo costo più elevato corrispondesse a stipendi più alti e a una maggiore attenzione ai diritti dei lavoratori — una sorta di equilibrio che in Italia è spesso più difficile da trovare.
Un'altra differenza riguarda il ritmo della vita. Galway è una città universitaria, giovane, piena di energia, ma non ha la frenesia che si trova in molte città italiane. La gente lavora, ma trova anche il tempo di sedersi fuori dal pub alle sei di sera con una pinta in mano senza sentirsi in colpa. C'è una capacità di godersi il presente che ho trovato molto sana.
E poi, come dicevo, c'è la gentilezza. Non so se dipenda dalla cultura, dal clima, dalla storia — probabilmente da tutto insieme. Ma in Irlanda ho sentito, fin dal primo giorno, di essere accolto. Non tollerato, non ignorato: accolto. Ed è una sensazione che fa una differenza enorme quando sei lontano da casa.
L'inglese: la grammatica non basta
Prima di partire, il mio rapporto con l'inglese era quello classico di chi ha studiato la lingua sui libri per anni senza mai doverla usare davvero. Sapevo le regole grammaticali, conoscevo le strutture delle frasi, avevo un vocabolario discreto. Ma non ero abituato a pensare in inglese, e soprattutto non ero abituato alla pressione del tempo reale: quella situazione in cui devi rispondere adesso, non tra dieci secondi quando hai trovato la parola giusta.
Dopo un mese a Galway, la mia visione della lingua è cambiata radicalmente. Ho capito che la grammatica è uno strumento, non un fine. L'obiettivo è comunicare, e per comunicare quello che conta davvero è il vocabolario — avere parole a sufficienza per esprimere quello che vuoi dire, anche se la struttura della frase non è perfetta. Un cliente al ristorante non si aspetta Shakespeare: vuole capire se può avere un tavolo per due e se il pesce del giorno è ancora disponibile.
Ho anche capito — ed è forse la cosa più importante — che sbagliare non è un problema. Anzi, è l'unico modo per migliorare. Ogni volta che dicevo una parola sbagliata, o che non capivo una frase e dovevo chiedere di ripetere, era un mattoncino in più che si posizionava. La paura di fare brutta figura, che all'inizio era paralizzante, si è sciolta progressivamente fino a quasi scomparire. E con lei è scomparsa anche una parte di me che era rigida, che cercava sempre la perfezione prima di aprire bocca.
Le difficoltà: perché non è tutto rose e fiori
Sarebbe disonesto raccontare questo mese come se fosse stato un film senza intoppi. Ci sono stati momenti difficili, e credo sia importante nominarli — sia per essere onesto con chi legge, sia perché sono stati parte integrante della crescita.
La mancanza di casa si è fatta sentire, soprattutto nelle prime due settimane. Non in modo acuto, non con nostalgia insopportabile — ma c'era. Un certo vuoto la sera, la mancanza dei suoni e degli odori familiari, la sensazione di non avere ancora un posto che sentissi davvero tuo. Con il tempo quella sensazione si è attenuata, e verso la fine del mese Galway è diventata casa in modo quasi sorprendente.
C'è stato anche lo sforzo concreto di gestire la quotidianità in modo completamente autonomo. Gestire il denaro, fare la lavatrice, capire quali supermercati erano più economici, organizzare il tempo libero senza aspettarsi che qualcuno lo facesse per te. Sono cose banali, in teoria. Ma quando le fai per la prima volta, lontano da casa, in un Paese straniero, richiedono un'attenzione e un'energia che non ti aspettavi di dover investire.
E poi c'era la lingua, nei momenti in cui smetteva di essere una sfida stimolante e diventava semplicemente stancante. Certi giorni tornavo dal lavoro con la testa che ronzava di parole inglesi e sentivo il bisogno fisico di parlare italiano per qualche ora. Quei momenti mi hanno insegnato anche questo: che è normale avere bisogno di pause, che chiedere aiuto non è una sconfitta, e che stare bene mentalmente è la precondizione per fare bene tutto il resto.
Cosa mi porto a casa
Sono tornato da Galway con qualcosa che non entra in una valigia. È difficile anche solo nominarla, questa cosa, perché è fatta di tanti strati sovrapposti.
C'è un inglese più fluido e meno rigido. C'è una capacità di adattamento che non sapevo di avere. C'è una maggiore autonomia nella gestione della vita pratica. C'è la consapevolezza che il mondo è grande, che esistono modi di vivere radicalmente diversi dal mio, e che questa diversità non spaventa ma arricchisce.
C'è anche qualcosa di più intimo e difficile da articolare: mi sento più sicuro di me stesso. Non in modo arrogante — anzi, paradossalmente essere piccolo davanti all'Atlantico o sentirsi spaesato in una città straniera ti insegna l'umiltà. Ma so, adesso, che sono in grado di affrontare situazioni nuove. Che posso stare da solo in un posto che non conosco e trovare il modo di orientarmi. Che il disagio iniziale non è un segnale che qualcosa va storto — è un segnale che stai crescendo.
Viaggiare apre la mente. Esistono luoghi nel mondo capaci di farti sentire a casa anche quando sei lontano da casa. Galway è stata uno di quei luoghi per me. E credo che chiunque abbia l'occasione di viverla — davvero viverla, non solo visitarla — non se ne penta mai.
Kristian Corban
Consigli pratici per chi sta pensando all'Erasmus
Prima di chiudere, voglio lasciare qualche consiglio concreto a chi sta valutando di fare un'esperienza simile — sia studenti della mia età che famiglie che stanno decidendo se permettere ai propri figli di partire.
- Porta più vestiti impermeabili di quanti pensi di averne bisogno. In Irlanda piove davvero, e farlo impreparati non è divertente.
- Non aspettarti di parlare un inglese perfetto dal primo giorno. Non succederà, e va benissimo. L'obiettivo è comunicare, non recitare Shakespeare.
- Tieni un diario o scrivi un blog. Avere un posto dove mettere in ordine le esperienze, anche solo qualche riga la sera, aiuta moltissimo a metabolizzare quello che stai vivendo.
- Parla con le persone del posto, non solo con i tuoi compagni. È naturale cercare rifugio nel gruppo, ma le conversazioni con chi vive lì sono quelle che ti danno di più.
- Non avere paura di sbagliare strada, di entrare nel posto sbagliato, di ordinare la cosa sbagliata. I momenti più imbarazzanti diventano quasi sempre i ricordi più divertenti.
- Gestisci bene il denaro fin dal primo giorno. I prezzi in Irlanda sono alti, ed è facile ritrovarsi a corto già a metà mese se non si fa attenzione.
- Approfitta di ogni escursione proposta. Le Cliffs of Moher e le Aran Islands valgono ogni minuto di viaggio per arrivarci.
Conclusioni: Thank You Galway
Chiudere questo post è strano, perché scriverlo mi ha fatto rivivere ogni momento di quel mese — la stanchezza, il sole dei primi giorni, l'odore del pane tostato a colazione, la voce dei clienti al ristorante, il vento sulle Cliffs, le risate con i compagni al Planet, il silenzio delle Aran Islands, il rumore della folla allo stadio del Galway FC.
L'Erasmus a Galway è stata, senza esitazione, una delle esperienze più importanti della mia vita fino ad oggi. Non perché sia stata facile. Non perché sia stata sempre divertente. Ma perché mi ha messo davanti a me stesso in modo onesto, mi ha chiesto di essere autonomo quando non ero sicuro di saperlo fare, mi ha insegnato che il mondo è più grande e più bello di quanto si riesca a immaginare da un piccolo paese del Salento.
Se potessi tornare indietro, rifarei tutto. Esattamente allo stesso modo, con gli stessi imprevisti, con le stesse difficoltà. Perché sono state proprio quelle a renderla indimenticabile.
Thank you, Galway. Thank you, Ireland. And thank you to everyone — professors, classmates, colleagues, and people met on the street — who made this adventure possible.